Gianfranco Scassi

“Nel clima del Surrealismo” di Claudio Annaratone 

L’interno è un laboratorio di cellule ognuna delle quali possiede una sua identità, ma anche si associa alle altre, in equilibri dinamici (cioè sul punto di esplodere). Il laboratorio appare dunque un insieme di cellule coerenti in un equilibrio dialettico e insieme precario, corpo vivente di cellule dai complicati equilibri, ma anche soggette ad eventuali dissoluzioni e al loro rientro nel circolo universale della materia.

Siamo evidentemente nel clima del surrealismo, quello di tempi abbastanza recenti, che a partire dagli anni ’60 riprende ed arricchisce discorsi già tenuti nella sua prima stagione, specie con Mirò in un serie di tempere del 1940. Segni di varie forme dimensioni e colori, allusivi e no, che nelle tempere di Mirò si distribuivano nello spazio con ritmo musicale, qui si comprimono o si librano nell’atmosfera con foga ed estro sregolati ma anche con intima coerenza.

L’occhio ne viene si gratificato, ma pure quasi intrigato nel seguire tortuosità e labirintici meandri di segni e colori. In tal senso queste opere sono più surrealistiche di quelle suddette di Mirò, poiché ne deriva all’occhio un senso di spiazzamento e di ambiguità di percezione visiva.

L’irritazione non è però data dal fatto di vedere due o più soggetti del tutto disfunzionali l’uno dall’altro, uniti nello stesso spazio pittorico, come nel famoso quadro metafisico di De Chirico “la testa del filosofo”, in cui sul piano inclinato di un tavolo si vedono una marmorea testa barbuta e due carciofi, mentre la prospettiva lontano si chiude con una quinta d’arcata e una ciminiera.

Non quindi irritazione, ma seduzione e stupore dell’occhio che tenta di tener dietro alla raffinatezza sensuosa dei segni e dei colori, quali si esprime nello sviluppo di macchie, punti, arabeschi, sfumature, dissolvenze, campiture nette, ecc., in tutti i loro labirintici andirivieni. Si potrebbero fare qui i nomi di Unica Zurm (Berlino 1916- Parigi 1970) e di Jean Jacques Lebel (1936 francese).

Poiché di massima in questo immaginario, i riferimenti al mondo esterno sono casuali e in ogni caso ambigui, del surrealismo quale gioco metafisico e intellettualistico non vi è traccia apprezzabile. Vi è invece il principio del surrealismo onirico analizzato nel primo manifesto del surrealismo (1924) è il principio per cui lo stato del sogno è qualcosa di più produttivo e umano che lo stato di veglia.

Solo nel sogno siamo interamente padroni di noi stessi, poiché nessuna interferenza ci svia dall’immaginazione dei nostri fantasmi. Ma queste parvenze hanno una loro logica intima.

Quando la nostra capacità percettiva ritorna alla realtà esteriore, nel tessuto onirico si determinano faglie per effetto della memoria che tradisce e ritiene solo ciò che ci fa comodo, cancellando quanto non conviene alla nostra falsa coscienza e al conformismo delle repressioni ingurgitate.

La creatività del surrealismo non è data dalle associazioni di immagini abituali, impresse nella memoria ma si affida interamente alla libera coerenza del sogno, cosicché nell’opera d’arte surrealista la coerenza si traduce nell’armoniosa organizzazione delle parti rispetto al tutto e viceversa, nella perfetta corrispondenza del microcosmo, poiché l’infinitamente piccolo è specchio dell’infinitamente grande e viceversa. Nelle opere di Scassi analisi e sintesi fanno tutt’uno.

Il meraviglioso della forma globale è il risultato di un processo di contrazione o di espansione del meraviglioso laboratorio variegato e iridescente che si comprime o esplode a seconda che prevalga la dialettica centrifuga o centripeta. All’interno dello spazio pittorico la vita ferve.

Il dipanarsi, l’aggrovigliarsi, il compenetrarsi delle cellule iridescenti suggeriscono l’idea di un corpo vivente al cui interno si svolgono complicatissimi processi chimici e fisiologici. Il vitalismo perciò è componente essenziale di questo meraviglioso onirico e si esprime ora in sviluppi serrati, ora in aeree effusioni, in estroflessioni sfumate in frange, che si richiamano talora a parvenze vagamente naturalistiche, nuvole, polline primaverile, segni, ali, efflorescenze e così via, componendo insiemi simili a nuclei ansiosi di librarsi nell’atmosfera.

E’ indubbio che in questa aggregazione l’espressionismo gioca una sua parte. Esso si esprime nella voglia di libertà, nell’affidarsi fiducioso a quella che Kandiskiy chiamava “la necessità interiore”. Segno e colore sono mossi da un prepotente anelito di libertà creativa oltre ogni limite di razionalità e di costrizione della cosiddetta realtà, quale si immiserisce nella catena positiva delle cause e degli effetti.

Qui la causa fondamentale è la condizione onirica totale ed originaria che si snoda nelle più smagate e sorprendenti variazioni.  

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